L'homo salvadego: leggenda e arte nelle Alpi
Il 13 agosto la Biblioteca di Aprica ha ospitato la conferenza dell'ingegner Franco Visintin dal titolo "Homo salvadego: leggenda ed arte nelle Alpi". Per vent'anni presidente dell'Associazione Culturale Valtellinesi a Milano, che dagli anni Ottanta è un importante ponte culturale tra la Valtellina e il capoluogo lombardo, Visintin ha proposto una lezione già presentata in passato proprio a tale associazione, aggiornato per l'occasione.
Prima di lasciargli la parola, è stato ricordato il recente incontro aprichese con il professor Oliviero Carugo — docente valtellinese che vive a Vienna e insegna a Grenoble e Pavia — che per un giornale online, in occasione delle Olimpiadi, aveva scritto anch'egli sulle figure mitologiche dei boschi alpini: un testo più leggero e "da comodino", offerto al pubblico come lettura di corredo, rispetto alla conferenza più propriamente storica e iconografica che l'ing. Visentin proporrà questa sera.
L'homo salvatico è forse il più antico archetipo mitologico delle Alpi: in Valtellina è detto anche salvanco, ma è indicato con nomi diversi in ogni alpina: ‘Om sarvaj' in Valle d'Aosta, Selvagiu’ nelle Valli di Lanzo, ‘Sarvage’ nelle Valli Valdesi, ‘Salvanèl' in Trentino, ‘Salvan’ in Val Badia, 'Om pelos’ dai ladini delle Dolomiti ed ancora ‘Omeon del bosk’ a Bormio; l'homo Salvadego è una figura irsuta, coperta di peli, armata di un nodoso bastone, che si aggira nei boschi.
Franco Visintin, attraverso un’interessante carrellata di immagini, lo ha messo in relazione alla tradizione germanica del Wilder mann e del Wanderer - caro al romanticismo tedesco - che ha influenzato la musica di Schubert e le arti figurative, come nel caso de 'Il viandante sul mare di nebbia', celebre dipinto di Caspar David Friedrich: tutti queste rappresentazioni sono, suggerisce il relatore, 'espressioni di un antico animismo che popolava boschi e valli di esseri fantastici'.
Il racconto prende le mosse da un episodio preciso: il 15 ottobre 1921, poco più di un secolo fa, a Sacco, piccola frazione della Val Gerola sopra Morbegno e antica via di collegamento verso la valle del Reno usata da bergamaschi e veneziani per aggirare le incertezze del Brennero. Qui, nel 1924, Giacomo Pini — segretario comunale di Morbegno e appassionato di storia locale — riscoprì per caso in un vecchio fienile la cosiddetta camera picta, una stanza affrescata al primo piano di una casa quattrocentesca, opera dei maestri Batestinus e Simon, datata 18 maggio 1464 e commissionata da Agostinus De Zugnonibus, come recitano i cartigli sui dipinti. Sopra il portale di ingresso alla stanza campeggia un'insolita rappresentazione della Santissima Trinità a tre facce; ai lati della porta, a fare da guardia come i draghi all'ingresso dei templi orientali, due figure: un arciere disarmato — l'uomo civile che ha abbandonato la violenza — e, di fronte a lui, l'homo salvadego, con il suo celebre cartiglio: "Ego sonto un homo salvadego per natura, chi me ofende ge fo pagura". Visintin ha collegato questa figura anche a una leggenda locale, quella di un gigante rude ma buono del Monte Legnone che avrebbe insegnato ai contadini l'arte del formaggio ed ha ipotizzato per questa tradizione un'origine che risale, attraverso gli antichi commerci del Rodano, fino agli eroi della Grecia classica.
Da Sacco la conferenza si è allargata a un vero e proprio atlante della presenza dell'homo salvadego nell'arte alpina ed europea: gli affreschi ormai svaniti della Porta Poschiavina di Tirano, dove due salvanchi facevano la guardia sotto lo stemma della giustizia grigiona, e gli stemmi delle tre leghe grigionesi — la lega grigia, la lega della Casa di Dio, la lega delle Dieci Giurisdizioni, quest'ultima raffigurante proprio un omino con un albero al posto del bastone — diffusi sui palazzi valtellinesi da Ponte a Bormio; e poi la Valsassina, la Valle Imagna, la Baviera, la Sassonia, l'Austria, fino alle monete dei principati tedeschi del Sacro Romano Impero. Non sono mancate le tappe più insolite: il palazzo Salvago di Genova, la Gasthaus zum Wildermann di Lucerna, una chiesa dell'Alvernia dove all'uomo selvatico si affianca perfino una donna selvatica con un bambino, e due arazzi del Palazzo del Principe a Genova dedicati ad Alessandro Magno, in cui l'homo salvadego appare tra le fantasiose immaginazioni medievali degli esploratori. A Milano, la figura compare tre volte in Duomo e nei disegni del celebre taccuino di Giovannino de Grassi, dove serve da capolettera miniato. Un capitolo a parte è stato dedicato al Gigiàt della Valmasino, mostro per metà stambecco e per metà camoscio ancora oggi raffigurato sulle facciate delle case, guardiano e giudice silenzioso di chi abita o attraversa quei luoghi.
Nella parte finale, rispondendo ad alcune sollecitazioni del pubblico, Visintin ha allargato lo sguardo alla storia e alla geografia delle Alpi centrali: la posizione della Valtellina al centro di uno spartiacque che con le sue acque raggiunge tre mari diversi — Mediterraneo, Mar Nero e Mare del Nord —, la nascita della Confederazione elvetica e il ruolo che vi giocarono le leghe grigionesi, di cui la Valtellina fece parte dal Cinquecento al Settecento senza mai diventare, però, la quarta lega.
Un pubblico attento ha seguito senza interruzioni un percorso fitto di rimandi tra arte, storia e tradizione popolare, confermando — come è stato detto in chiusura — che la "valtellinitudine" non smette mai di generare curiosità e voglia di approfondire; per questo la Biblioteca di Aprica attende i prossimi appuntamenti con l’ing. Franco Visintin, che, nonostante abbia lasciato Tirano già dai tempi del liceo, non dimentica mai la sua terra d’origine.



